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La morte della speranza

  • Immagine del redattore: rossanazancanaro
    rossanazancanaro
  • 7 gen
  • Tempo di lettura: 4 min

Conobbi una ragazza una volta.


Lei era la mia speranza, io ero solo pazzo.


Ero pazzo, mi distruggevo, forse mi odiavo o forse odiavo il mondo. Ma poi, che differenza c'è?


Mi vide e non fuggì, fu il suo unico merito; rimase con me, e fu la sua unica colpa.


Non avrebbe dovuto vedermi, quella prima volta; nessuno avrebbe dovuto vedermi, mai. Ma lei mi vide, non so se vide solo me ma di certo guardò solo me.


In quello sporco corridoio, stretto e buio, umido e maleodorante, lei era fuori posto.


C'è chi si trova fuori posto in un certo luogo, e c'è chi è fuori posto ovunque tranne che in un determinato luogo, e questo ero io. Questi eravamo noi: questa era lei e questo ero io, entrambi sbagliati in qualche modo, ma in modi completamente diversi.


«Vieni qui» mi disse, e finse per me. La polizia passò e lei finse per me, non mi conosceva ma finse per me.


Ero troppo drogato per accorgermi di cosa mi stava accadendo davanti agli occhi. Ero troppo pazzo per capire che lei era la mia unica possibilità.


Con la mia siringa in mano cercai una vena ancora sana, e lei non fuggì; i suoi occhi erano curiosi, e questo avrebbe dovuto mettermi in allarme ma ero troppo drogato, troppo pazzo, troppo tutto.


Neanche la sua domanda, «Cos'è?», mi allarmò. «Ciclozina» le risposi, e lei non parlò più. E io non tentai un dialogo perché allora non mi rendevo conto di ciò che stavo facendo.


In quello sporco e buio corridoio le nostre vite andarono in fumo. La mia era distrutta già da tanto tempo, ma la sua cadde in rovina in quel momento: quando i suoi occhi si fecero curiosi invece che spaventati, quando la sua mente si riempì di voglia di conoscenza invece che di orrore.


Avrebbe dovuto provare orrore, perché non lo provò?


Mi bucavo tra le dita delle mani e non mi importava del sangue che colava, sedevo distrutto su un pavimento marcio, e abbandonavo la testa contro quella parete che non era più bianca da chissà quanto tempo. Che forse non era mai stata bianca.


Avrebbe dovuto provare orrore, ma lei era la mia occasione, non era come tutti gli altri.


E io non me ne accorsi.


Tutti quanti abbiamo un'opportunità di cambiare; si presenta una volta, una sola, e se uno la coglie allora la sua vita si ribalta.


Ora lo so, lei era la mia, ma non me ne accorsi.


Ero troppo drogato, ero troppo pazzo, l'ho già detto, forse?


Rimase.


Quel dormitorio vecchio e decadente in quel quartiere povero e malfamato la vide insediarsi lì, come noialtri tutti, anche se lei era ancora diversa.


Lo rimase a lungo, diversa, ma alla fine la sua vita cambiò e la mia invece no, divenne come me e la mia occasione svanì.


Ogni sera fumava una sigaretta, ogni mattina fumava dell'erba, mi osservava con occhi velati e parlava poco seppur comunicando molto.


Mi osservava sempre quando mi bucavo, ciclozina le avevo detto? A quel tempo non conosceva nulla del mio mondo.


Ma imparava in fretta.


Troppo in fretta.


Non passavamo molto tempo insieme, ci osservavamo semplicemente da lontano a vicenda, quando l'altro non guardava, e ci scambiavamo qualche frase qua e là.


Ma so comunque che sono stato io il responsabile della sua caduta.


Tutto ciò che ha imparato l'ha imparato da me, guardava me come a un modello a cui aspirare e non soltanto da imitare, e per questo sono colpevole.


Passavano i giorni e a me, allora, parevano tutti uguali, tutti senza importanza, tutti vuoti allo stesso modo; l'unico momento in cui riuscivo a dimenticare i miei dolori era la sera, quando ci si riuniva nel salone principale e, anche se tutti continuavano a farsi gli affari propri parlando con i soliti amici o rimanendo in un angolo, come me, ci si sentiva un po' meno soli. Si parlava, si rideva, sempre completamente fatti di qualcosa.


E io intanto la osservavo da lontano e la vedevo cambiare.


Una sera fumava solo tabacco e faceva posare il suo sguardo attento su ogni persona presente nella stanza; poi il tabacco divenne erba, e dall'erba passò al valium; poi scoprì gli acidi e trascorse innumerevoli serate persa in viaggi misteriosi, gli occhi smarriti nel vuoto e non più attenti tra la folla. Scoprì l'eroina e iniziò a sniffare, e il suo sguardo mutò ancora.


Infine una sera venne da me e volle che le insegnassi a bucarsi.


In quel momento quasi lo capii che quella era la mia ultima possibilità, ma qualcosa era cambiato dalla prima volta che l'avevo vista. Ora anche io improvvisamente ero diventato l'ultima possibilità per lei.


Ma questo non mi fermò, e questo non la salvò.


Forse non mi importava, forse volevo trascinare nel baratro, giù, insieme a me quante più persone potevo. Ma in fondo, che differenza c'è?


Le insegnai ciò che voleva imparare, e quella fu l'ultima volta che vidi i suoi occhi curiosi posarsi sulle mie mani, sulle mie braccia, sul mio viso pallido e sul mio cranio rasato di fresco. Da quel giorno i suoi occhi si spensero.


Io me ne andai e lei rimase.


Nessuno dei due si salvò.


Ma se qualcuno vi chiederà mai come si fa ad uccidere la speranza mandatelo pure da me. Perché io lo so. Perché io l'ho fatto.


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